WORN WEAR: MEGLIO CHE NUOVI

Riparare è un atto radicale
Di Rose Marcario, Patagonia CEO

Mi sta a cuore la sorte del nostro pianeta; quindi ho formulato un proponimento anticipato per il Nuovo Anno mentre si avvicinano le feste natalizie: diventiamo tutti ambientalisti radicali.

Suona un po' forte, ma in fondo non è così. Tutto quel che vi occorre è un kit per il cucito e alcune istruzioni per la riparazione.

Come singoli consumatori, una delle cose più responsabili che possiamo fare per tutelare il pianeta è prolungare la vita delle cose che già utilizziamo. Il semplice gesto di far durare più a lungo i capi che indossiamo, avendone cura e riparandoli quando necessario, consente di non doverne acquistare di nuovi, evitando così di generare le emissioni di CO², la produzione di scarti e di rifiuti e il consumo di acqua associati ai cicli produttivi del settore tessile.

Perché riparare è un atto così radicale? Per molte persone, riparare qualcosa che si potrebbe anche scegliere di buttare via è un'idea quasi inconcepibile, soprattutto in quest'epoca che celebra moda e sviluppi tecnologici a getto continuo. Eppure, avrebbe un impatto sbalorditivo. Lo dico come CEO di un'azienda che produce abbigliamento: nonostante il nostro profondo impegno a una produzione responsabile, ciò che realizziamo esige dalla Terra più risorse di quante sia in grado di ripristinarne.

Viviamo in una cultura dove tutto sembra essere sostituibile. Certo, ci sono oggetti che in genere ripariamo perché sono particolarmente costosi, come le auto o le lavatrici, ma è più facile e spesso più economico acquistare cose nuove. E poi ci sono altri motivi che ci inducono ad evitare di riparare qualcosa, ad esempio etichette che avvisano dell'annullamento della garanzia nel caso si dovesse procedere a riparazioni autonome, o la mancanza di accesso alle informazioni e agli strumenti per consentirci di aggiustare le cose da noi.

Queste condizioni creano una società di consumatori di prodotti, non di proprietari di prodotti. E c'è una differenza. Chi è proprietario di qualcosa ha la responsabilità di averne cura al meglio, con tutta una serie di accorgimenti, da un'adeguata pulizia alla riparazione, dal riutilizzo alla condivisione. I consumatori, invece, acquistano, usano, gettano e ripetono il ciclo da capo: un circolo vizioso che ci sta portando al disastro ecologico.

Per mettere le cose in chiaro, il problema non è tanto l'atto di acquistare in sé (anche se non è difficile accorgersi che la frenetica follia che circonda i giorni dedicati allo shopping pre-natalizio ha raggiunto proporzioni assurde). In fondo, le nostre vite dipendono da un'ampia gamma di prodotti realizzati con sistemi di produzione che risultano dannosi per il pianeta– inclusi i nostri di Patagonia. Il problema è che è improbabile che questa escalation abbia fine, a prescindere da tutto il lavoro e l'impegno in cui cerchiamo di prodigarci per ridurre il nostro impatto sull'ambiente.

Qual è allora l'antidoto? Per ridurre la nostra impronta in termini di consumismo collettivo è indispensabile che le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che li acquistano condividano le medesime responsabilità– ma le imprese devono agire in modo indipendente.

Noi di Patagonia lavoriamo sodo per produrre capi di abbigliamento di alta qualità, realizzati con materiali eco-sostenibili; indumenti resistenti e che possono essere riparati– e offriamo una garanzia che copre l'intera vita del prodotto. Gestiamo lo stabilimento per riparazioni più grande del Nord America (con all'attivo circa 40.000 interventi nell’anno in corso) e abbiamo anche formato il personale dei nostri punti vendita affinché sia in grado di gestire i lavori di riparazione più semplici (con l'aggiunta quindi di altre svariate migliaia di sistemazioni). Per l'imminente stagione delle festività natalizie, abbiamo chiesto aiuto a iFixit, pubblicando sul nostro sito Web più di 40 guide gratuite dedicate alle riparazioni dei prodotti Patagonia. Ci siamo dati molto da fare per offrire ai nostri clienti l'opportunità di aggiustare i propri capi e le proprie attrezzature in modo autonomo, di destinare gli articoli dismessi a donazioni o vendite, o di riciclarli se necessario.

In cambio, chiediamo ai nostri clienti di usare gli strumenti messi loro a disposizione per ridurre l'impatto ambientale delle cose che possiedono, aggiustandole, scoprendo modi alternativi per riutilizzarle, riciclandole quando sono effettivamente arrivate al termine del loro ciclo di vita.

Acquistando solo ciò di cui hanno realmente bisogno, a lungo termine, i clienti possono contribuire concretamente a ridimensionare l'imperante consumismo globale. Facendo così di un acquisto un investimento che consenta di risparmiare denaro, e contribuendo a salvare il pianeta.

Purtroppo, siamo ancora lontani da questa prospettiva. Se da un lato alcune aziende, come Ricoh, DeWalt, Caterpillar e Lenovo, hanno fatto di riparazione e rifabbricazione gli elementi basilari del proprio modello imprenditoriale, dall'altro la maggior parte delle aziende continua a realizzare prodotti economici che si rompono facilmente e che devono quindi essere sostituiti di frequente. Dal canto loro, i clienti, condizionati dalla ricerca del prezzo più vantaggioso, continuano a fare acquisti entro i limiti di tale modello, ripetendo così il ciclo all'infinito.

Inoltre, troppo spesso i prodotti non sono provvisti di istruzioni per la riparazione: si arriva anche a casi estremi in cui le aziende ostacolano di fatto gli interventi individuali inventando e brevettando nuovi attrezzi e altre sciocchezze del genere. Un simile atteggiamento dovrebbe essere giudicato inaccettabile, soprattutto se consideriamo la crisi ambientale con la quale siamo tutti chiamati a fare i conti; invece, l'obsolescenza pianificata viene celebrata come marketing "intelligente".

Testimoni degli effetti sempre più rilevanti causati ogni anno dai cambiamenti climatici e con l'approssimarsi degli importanti dibattiti che riguardano proprio le politiche climatiche a livello globale, in occasione della Conferenza mondiale sul clima che si terrà a Parigi alla fine di questo mese , come singoli individui abbiamo il dovere di invertire l'attuale corso dell'iper-consumismo in cui siamo immersi. Comportiamoci come proprietari, non come consumatori! E ripariamo invece di infliggere al pianeta il peso dell'ennesimo nuovo prodotto se realmente possiamo farne a meno.

Come imprese, abbiamo invece la responsabilità di migliorare sempre di più la qualità di ciò che realizziamo per poter reclamare il titolo e lo status di "proprietari", rendendo accessibili eventuali ricambi e semplificando i processi di riparazione. Diamo importanza alla sforzo di provare ad aggiustare qualcosa. Abbiamo bisogno di trasformare i nostri clienti in proprietari, e questo richiederà un cambiamento di prospettiva epocale.

È un pensiero radicale, ma il cambiamento può partire anche semplicemente da ago e filo.

- Rose Marcario è Presidente e CEO di Patagonia, azienda leader di abbigliamento outdoor a livello mondiale con sede a Ventura, California.

WORN WEAR: MEGLIO CHE NUOVI
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Progettato e creato dall'artista Jay Nelson, il van Patagonia Worn Wear è alimentato a biodiesel per la guida, mentre quando sono in funzione le macchine da cucire sfrutta l'energia solare. ERIN FEINBLATT

Worn Wear

Una delle cose più responsabili che possiamo fare come azienda è realizzare capi e attrezzature di alta qualità, capaci di durare per anni e che possano essere riparati, così da non doverne acquistare di nuovi.
Il programma Worn Wear celebra le storie che indossiamo attraverso gli indumenti che ci accompagnano nelle nostre avventure, contribuendo inoltre a mantenerli in azione e in circolazione più a lungo. E quando non possono più essere riparati, i capi Patagonia hanno comunque la possibilità di essere riciclati.
Fermata n. 1 del tour Worn Wear presso il Mollusk Surf Shop di San Francisco, California. Abbiamo portato a termine 18 riparazioni sul posto, 35 riparazioni sono state inviate a Reno e 30 riparazioni fai-da-te sono state effettuate da chi ha partecipato all'evento—grandi sorrisi entusiastici. ARCHIVI PATAGONIA
WORN WEAR un film dedicato alle storie che indossiamo
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The Stories We Wear - Le storie che indossiamo

Ispirato dalla durata di utilizzo della propria attrezzatura per il surf, Keith Malloy, insieme alla moglie Lauren, ha creato il blog Worn Wear, dove chiunque può condividere una storia sul proprio capo Patagonia preferito.
Il fondatore di Patagonia, Yvon Chouinard, ha contribuito ad avviare l'iniziativa scrivendo la storia del "nonno" di tutti i fleece. Gli autori delle storie pubblicate ricevono una speciale toppa Worn Wear.
"Un grazie a Patagonia! Perché continua a tenere viva la tradizione di poter passare un capo non più utilizzato a qualcun altro". –Shari Williamson, Bozeman, Montana. COLLEZIONE SHARI WILLIAMSON

Cura dei Prodotti & Riparazioni

Il primo e più importante passo che possiamo intraprendere per ridurre il nostro impatto sull'ambiente è fare di più con ciò che già abbiamo. Lavaggio, stiratura e asciugatura possono abbreviare la vita dei capi d'abbigliamento tanto quanto l'indossarli, perciò desideriamo offrirvi alcuni suggerimenti per la cura dei nostri prodotti che vi consentano di farli durare più a lungo. Quando una roccia appuntita finisce per strappare o bucare la vostra giacca preferita, non preoccupatevi: il nostro servizio di riparazione è a vostra disposizione.
Presso il proprio Service Center di Reno, Nevada, Patagonia impiega ben 45 tecnici full-time. Si tratta dello stabilimento per riparazioni più grande del Nord America e ha all'attivo circa 30.000 riparazioni all'anno. Disponiamo inoltre di una sede in Portogallo per le riparazioni e abbiamo scelto come partner iFixit, community di veri esperti del settore, per creare guide fai-da-te pensate per i clienti che vogliono provare ad effettuare le proprie riparazioni in modo autonomo.
Fermata n. 4 del tour Worn Wear presso lo Smith Rock State Park, Oregon. Siamo rimasti per due giorni, accampandoci in cima al sentiero e abbiamo dato il benvenuto sia ai climber impolverati di gesso che ai turisti, riparando tutti i capi e le attrezzature possibili e immaginabili, a prescindere dal marchio e dagli anni di utilizzo. Abbiamo anche dato una sistemata alle tasche dell'uniforme di Matt, uno dei ranger del parco. ARCHIVI PATAGONIA
Guardate le Worn Wear Stories
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Nuovo brio e seconda giovinezza per un vecchio Snap-T® Pullover. Service Center di Patagonia, Reno, Nevada. ARCHIVI PATAGONIA

Riciclare & Riutilizzare

Non indossate più il vostro fleece? Fate in modo che arrivi a qualcuno che ne ha bisogno. State risparmiando per quel viaggio di surf che sognate da tempo? È facile acquistare, vendere o barattare capi e attrezzature Patagonia usati. Ma infine, che sia naturale o prodotto dall’uomo, tutto finisce per consumarsi.
Le cose naturali danno vita a qualcosa di nuovo, e lo stesso vale per i prodotti che realizziamo. Tutto quello che acquistate da Patagonia, e che non è più riutilizzabile o riparabile in alcun modo, può esserci restituito, affinché sia possibile riciclarlo in nuove fibre o tessuti (o possa essere riadattato nel caso non sia ancora pronto per il riciclo).
Annuncio pubblicitario di Patagonia per il Black Friday, The New York Times, 2012

Don’t Buy This Jacket
Annuncio pubblicitario di Patagonia per il Black Friday, The New York Times, 2011

È il fatidico Black Friday, il giorno che inaugura la stagione dello shopping natalizio e rappresenta un importante indicatore sia della predisposizione agli acquisti, sia della capacità di spesa dei consumatori statunitensi. Ma il Black Friday, e la cultura consumistica da esso riflessa, mettono in serio pericolo l'economia dei sistemi naturali che supportano ogni forma di vita. Oggi l'uomo sta utilizzando le risorse di un pianeta e mezzo, a dispetto del fatto di averne a disposizione uno, e uno soltanto.

Patagonia vuole restare in attività ancora per molto tempo, lasciando in eredità alle generazioni future un mondo che possa continuare ad essere abitato: proprio per questo abbiamo preso una posizione diametralmente opposta rispetto a qualsiasi altra azienda. Chiediamo infatti ai nostri clienti di acquistare di meno e di riflettere prima di spendere soldi per comprare una delle nostre giacche, o qualsiasi altra cosa.

La bancarotta dell'ambiente (per parafrasare Hemingway), come la bancarotta aziendale, può essere un processo lento, soggetto tuttavia ad impennate improvvise. E questo è proprio ciò che ci aspetta, a meno di non rallentare e capovolgere lo stato delle cose, ponendo rimedio ai danni provocati. Acqua potabile, terreno coltivabile, bacini di pesca, zone umide si stanno progressivamente esaurendo: tutte risorse e sistemi naturali del nostro pianeta che sostengono il business e la vita, inclusa la nostra.

Il costo ambientale di tutto ciò che produciamo è impressionante. Considerate ad esempio la R2™ Jacket qui raffigurata, uno dei nostri best seller.

La sua realizzazione richiede 135 litri d'acqua, quanto basta per soddisfare la necessità giornaliera (tre bicchieri al giorno) di 45 persone. Il suo viaggio, da quando nasce sotto forma di poliestere riciclato al 60% fino ai nostri magazzini di Reno, genera circa 9 kg di CO², 24 volte il peso del prodotto finito. Questa giacca si lascia alle spalle, durante il tragitto fino a Reno, 2/3 del proprio peso in rifiuti.

E stiamo parlando di una giacca realizzata in 60% poliestere riciclato, tessuta e cucita con standard molto elevati, di un capo incredibilmente resistente, destinato quindi a durare a lungo e a non dover essere sostituito di frequente. Che inoltre, una volta giunto al termine del proprio ciclo di vita, viene ripreso indietro da Patagonia per essere riciclato in un prodotto di uguale valore. Eppure, e questo vale per tutte le cose che noi possiamo produrre e voi acquistare, questa giacca comporta un costo ambientale che va ben oltre il prezzo di listino.

C'è molto da fare. C'è molto che ciascuno di noi può fare. Non acquistate ciò che non vi serve. Pensateci due volte prima di comprare qualcosa.