TIMOTHY STUART

Patagonia e la responsabilità sociale nella catena di produzione: storia e cronologia

Il settore dell'abbigliamento

Il termine sweatshop (fabbrica che sfrutta i lavoratori) venne usato per la prima volta del XIX secolo per descrivere stabilimenti di cucitura caldi, affollati e privi d'aria, in cui gli operai lavoravano 16 ore al giorno e venivano pagati una miseria. La consapevolezza pubblica dell'esistenza di questi luoghi non è una novità. L'incendio che devastò la Triangle Shirtwaist Factory a New York nel 1913, e in cui morirono 146 operai (soprattutto giovani donne), più della metà dei quali immigrati ebrei, alimentò numerose richieste di riforma. Esattamente un secolo dopo, il crollo del Rana Plaza in Bangladesh ha ucciso più di 1100 operai, sollevando un'altra ondata di proteste, manifestazioni e richieste di riforma per ottenere condizioni di lavoro più sicure nelle fabbriche.
Eppure, in migliaia di stabilimenti, gli operai continuano a lavorare in condizioni deplorevoli, per interminabili ore e sottopagati. Chi trova lavoro nel settore dell'abbigliamento (per la maggior parte donne) è spesso indigente, giovane, privo di istruzione o vive in condizioni disagiate. A ciò si aggiunge talvolta un certo lassismo nell'applicazione delle leggi sull'impiego di manodopera. Non è purtroppo infrequente che i lavoratori vengano sfruttati, discriminati, molestati, minacciati e raggirati o che si neghi loro il diritto di riunirsi in un sindacato che ne tuteli i diritti. Le condizioni di lavoro possono essere poco salubri e pericolose.
Questo non significa che il lavoro nel settore tessile sia sempre negativo né che tutti gli stabilimenti di taglio e cucitura sfruttino i propri operai. Da 200 anni la cucitura di indumenti rappresenta il livello occupazionale base nei paesi emergenti e spesso offre alle donne la concreta possibilità di percepire un reddito indipendente. Non tutti gli stabilimenti versano in condizioni deprecabili: molti possono contare su una solida gestione, producono capi di abbigliamento in condizioni lavorative sicure, salubri e umane, e offrono agli operai il minimo salariale previsto per legge, ma si tratta più di un'eccezione che di una regola.
Dove si colloca Patagonia nel settore dell'abbigliamento

I nostri dipendenti – ossia le circa duemila persone che lavorano direttamente nei nostri uffici, punti vendita e centri di distribuzione – ricevono stipendi equi e benefit adeguati, tra cui assistenza sanitaria, asilo nido autofinanziato (a Ventura e Reno), orari di lavoro flessibili e partecipazione retribuita ai programmi di Internship ambientalista. Molti di essi condividono i nostri valori, sono genuinamente interessati alla qualità e sono impegnati in cause a tutela della comunità e della salvaguardia dell'ambiente. Il turnover dei dipendenti è limitato e, in media, riceviamo circa duecento CV al mese.

Come accade per la maggior parte delle aziende di abbigliamento, non realizziamo direttamente i nostri prodotti e non siamo proprietari delle fabbriche che collaborano con noi alla produzione dei nostri capi. Patagonia si occupa di progettare, testare, lanciare sul mercato e vendere i propri prodotti. Sono queste le aree in cui la nostra azienda dimostra solidità e competenza. Patagonia paga altre aziende per la produzione dei tessuti e per il taglio e la cucitura veri e propri degli indumenti; in genere si tratta di imprese dotate di attrezzature e know-how tecnico. Questo costituisce una sfida per noi, poiché ci sentiamo responsabili di tutte le attività che concorrono alla creazione dei nostri prodotti.

La catena di produzione di Patagonia

Quando prendiamo in considerazione la possibilità di collaborare con un nuovo stabilimento, o quando vogliamo effettuare controlli e verifiche nelle fabbriche che già lavorano per noi, utilizziamo un metodo di valutazione articolato intorno a quattro tematiche fondamentali: pratiche sociali e ambientali, standard qualitativi e requisiti aziendali come stabilità finanziaria, adeguata capacità di produzione e prezzi equi.

Il team SER (Social/Environmental Responsibility) di Patagonia ha la facoltà di opporsi all'impiego di una nuova fabbrica che non corrisponda a specifici requisiti (come del resto accade per il team addetto alla qualità). Si tratta di una pratica in genere raramente applicata nel settore dell'abbigliamento, ma che ci tiene alla larga da stabilimenti che non condividono i nostri valori socio-ambientali. Il personale del reparto approvvigionamenti e di pianificazione dell'offerta ha partecipato a una formazione dedicata a pratiche di acquisto responsabili per ridurre al minimo l'impatto negativo delle attività aziendali sia sui lavoratori degli stabilimenti che sull'ambiente. Il personale addetto alla qualità e alle forniture lavora a stretto contatto con il team SER, organizzando riunioni settimanali congiunte per le decisioni relative alla catena di produzione.

La strada da percorrere
Stiamo portando avanti tre importanti progetti.

1) Patagonia opera all'interno del settore affinché il principio di salario di sussistenza diventi una realtà concreta per i lavoratori delle fabbriche e degli stabilimenti che realizzano capi di abbigliamento. A tale scopo, stiamo ampliando il nostro programma Fair Trade Certified™, che prevede il versamento di un bonus in denaro direttamente ai lavoratori degli stabilimenti che partecipano all'iniziativa e che può essere impiegato per incrementare l'importo dei salari oppure può essere investito in progetti di sviluppo a vantaggio della comunità locale. Entro l'autunno 2015 i capi Fair Trade Certified™ costituiranno una porzione significativa della nostra linea di prodotti e questo si tradurrà in vantaggi tangibili e misurabili per i lavoratori. Consideriamo il programma Fair Trade come il primo passo del nostro impegno a corrispondere un salario di sussistenza ai lavoratori del settore tessile.

Patagonia partecipa inoltre al progetto incentrato sulle eque retribuzioni promosso dalla Fair Labor Association, che prevede la promozione e l'implementazione di modelli di salari di sussistenza nella catena di produzione da parte dei marchi e dei fornitori aderenti.

2) Patagonia ha intensificato gli sforzi per migliorare le condizioni di lavoro nella propria supply chain anche al di là degli stabilimenti di taglio e cucitura (stabilimenti tessili, tintorie, ecc.). Abbiamo compiuto passi significativi nello sforzo di eliminare il traffico di esseri umani negli stabilimenti dei nostri fornitori di Taiwan, stipulando un accordo affinché ai lavoratori migranti siano restituiti gli importi eccedenti le soglie legali versate agli intermediari o alle agenzie interinali per poter lavorare, e stabilendo una precisa scadenza, entro il mese di giugno 2015, per la totale eliminazione della pratica di addebito (sia direttamente da parte dei datori di lavoro che attraverso l'intermediazione di un'agenzia di collocamento) di tali "oneri di assunzione".

3) Patagonia ha finanziato ed aderito alla Fire Safety Initiative promossa dalla Fair Labor Association nel 2013, allo scopo di incoraggiare e consolidare la capacità dei propri stabilimenti di gestire le procedure di sicurezza e di prevenzione degli incendi. Questo programma su scala globale offre ai lavoratori e ai responsabili degli stabilimenti una formazione specifica per promuovere la conoscenza delle misure di sicurezza antincendio, riconoscere rischi e pericoli ed eliminarli tempestivamente senza aspettare di ricevere l'approvazione formale da parte della direzione della fabbrica. Patagonia sta gradualmente estendendo questo tipo di formazione a tutti i propri stabilimenti.

Cronologia

1973-1990

Cerchiamo di lavorare con fabbriche e stabilimenti che condividano i nostri valori di integrità e ambientalismo. Siamo convinti che non si possano realizzare buoni prodotti in fabbriche scadenti. Lavoriamo con stabilimenti puliti, gestiti in modo efficiente, che impiegano personale che ha accumulato competenze ed esperienza e con un limitato turnover di operai.

1990

Crescendo, abbiamo compreso la necessità di testare questi presupposti, formalizzando il processo di controllo dei fornitori. Risale a quest'anno la richiesta ai gestori dei contratti e al team Patagonia responsabile per la qualità di avviare la fase di verifica delle fabbriche visitate, sia in termini di qualità dei prodotti che di condizioni di lavoro. Patagonia sceglie consapevolmente di non lavorare con fabbriche o stabilimenti che non sia possibile visitare direttamente.

1991

Viene messa a punto quella che è stata definita “valutazione del rapporto con gli appaltatori” in occasione della prima conferenza organizzata da Patagonia con i fornitori, alla quale sono stati invitati i rappresentanti di ogni fabbrica che collabora con l'azienda. Questa valutazione consiste in una sorta di scheda segnapunti assegnata a ogni fabbrica e serve per calcolarne il punteggio di performance in diverse aree; la compilazione deve essere fatta anche dai direttori dei vari stabilimenti. In caso di gravi discrepanze tra il punteggio assegnato da Patagonia e quello indicato dalla fabbrica stessa, le aree interessate diventano oggetto di colloqui e vengono seguite con particolare attenzione. Pur mantenendo un approccio informale, le richieste di standard qualitativi elevati consentono a Patagonia di seguire con coerenza un responsabile percorso di conformità a livello sociale.

1991-1995

Patagonia inizia ad impiegare società indipendenti di verifica e controllo, incaricate di visitare e verificare il livello di conformità di potenziali nuove fabbriche. Sebbene queste verifiche coprano un lasso di tempo molto limitato, sono comunque in grado di offrire un'istantanea affidabile delle condizioni di lavoro e dei sistemi gestionali di uno stabilimento. Sono anche un ottimo modo per avviare discussioni e trattative su possibili cambiamenti.

1996

Un gruppo a sostegno dei diritti umani riferisce che alcuni dei capi di abbigliamento con l'etichetta Kathie Lee Gifford sono in realtà prodotti da uno "sweatshop" honduregno che impiega ragazzine di 13-14 anni, obbligate a lavorare 20 ore al giorno per 31 centesimi di dollaro all'ora, e sono quindi rivenduti dalla catena Wal-Mart. In origine l'appalto era stato assegnato ad un produttore statunitense rispettabile che, tuttavia, per soddisfare una massiccia richiesta di vendita, aveva in seguito subappaltato il lavoro a terzi, che a loro volta si erano rivolti allo stabilimento in Honduras.
A seguito dello scalpore pubblico suscitato da questo evento, Kathie Lee Gifford (e questo va detto a suo merito) aderisce al movimento "anti-sweatshop" contro lo sfruttamento della manodopera nel settore tessile. Sia la Gifford che Patagonia sono invitati a prendere parte alla “No Sweat Initiative” promossa dal Presidente Clinton. Da allora, abbiamo sviluppato un processo di monitoraggio più formale e siamo diventati membri attivi della Fair Labor Association (FLA), un'organizzazione di verifica e formazione indipendente che prevede la partecipazione di svariate parti interessate.

Inizio anni 2000

Dopo una serie di importanti passi avanti, ne facciamo uno indietro quando scegliamo di ricorrere ad alcune fabbriche che propongono costi più bassi per l'approvvigionamento dei nostri prodotti. Il numero di stabilimenti con cui lavoriamo è cresciuto a dismisura e alcune di queste fabbriche subappaltano il lavoro senza che noi ne siamo a conoscenza. Non riusciamo più a tenere traccia di tutti coloro con cui lavoriamo né delle reali condizioni di lavoro in molte delle nostre fabbriche. Per un certo periodo fuoriusciamo dalla FLA.

2002

Patagonia decide di assumere un manager per la responsabilità sociale incaricato di monitorare il livello di conformità sociale in tutta la supply chain e torna a far parte della FLA. I dipendenti di Patagonia partecipano a corsi di formazione in cui vengono illustrate le principali problematiche relative al posto di lavoro: questo processo di sensibilizzazione ha lo scopo di far comprendere ai dipendenti come le loro azioni possano involontariamente causare disagi agli operai delle fabbriche, traducendosi in turni lavorativi eccessivamente lunghi, pressione nelle consegne e alti livelli di stress.

Fine anni 2000
Patagonia amplia la collaborazione con altri marchi coinvolgendoli nei processi di controllo, in obiettivi specifici (con l'aiuto di esperti locali indipendenti in grado di agevolare la risoluzione di specifiche problematiche all'interno degli stabilimenti) e nella condivisione di informazioni. Tre dei nostri fornitori per il taglio e la cucitura di indumenti (per un totale di otto fabbriche) sono ora membri della FLA (e sono quindi tenuti a rispettare i nostri stessi elevati standard di partecipazione). La collaborazione con le fabbriche che realizzano i nostri prodotti si intensifica e la conoscenza delle varie catene di produzione risulta più trasparente e approfondita. Con l'obiettivo di consolidare singoli rapporti lavorativi e di incrementare la trasparenza all'interno della propria catena di produzione, Patagonia riduce del 50% il numero dei principali stabilimenti di cui si avvale.

2007

Viene inaugurato The Footprint Chronicles®, il sito Web che consente di tracciare l'impatto socio-ambientale dei prodotti Patagonia.
Affidiamo a Verité, organizzazione non-profit internazionale di verifica, formazione e sviluppo delle competenze, la realizzazione di un percorso formativo per i 75 dipendenti che visitano le fabbriche dei nostri fornitori allo scopo di comprendere tutti i risvolti del nostro Codice di Condotta nel posto di lavoro. Continuiamo a riproporre una sessione di formazione aggiornata all'anno sia per i nuovi dipendenti che per quelli che lavorano con noi da tempo.

2010

Eleviamo la posizione di "Manager per la responsabilità sociale" a quella di "Direttore per la responsabilità socio-ambientale", integrando così le attività sociali e quelle ambientali a livello degli stabilimenti.
Patagonia identifica tutti i subappaltatori di cui si avvale ed effettua il controllo del 100% delle imprese di taglio e cucitura attive nella propria supply chain, incluse le sedi dove operano i subappaltatori.
Riunisce produttori leader del settore dell'abbigliamento, organizzazioni non governative, esponenti degli ambienti universitari e dell’EPA (Environmental Protection Agency) degli Stati Uniti per un meeting inaugurale che ha lo scopo di determinare se sia possibile collaborare alla creazione di un indice di performance socio-ambientale. Nel 2015 la Sustainable Apparel Coalition conta più di 100 membri, ossia l'equivalente dei marchi che producono un terzo di tutti gli indumenti e le calzature venduti nel mondo. La coalizione mira a creare "un settore dell'abbigliamento che non causi inutili danni ambientali e che abbia un impatto positivo sugli individui e sulle comunità che fanno capo alle sue iniziative".

2011

A dicembre viene avviata la valutazione dei nostri fornitori di materie prime. Patagonia implementa un nuovo strumento all'avanguardia per agevolare il riconoscimento di casi di traffico di esseri umani nell'ambito della catena di produzione. Organizziamo il primo training interno dedicato proprio a tale problematica, destinato a tutto il personale della nostra supply chain dei prodotti.

Alla fine del 2011 Patagonia divulga la propria dichiarazione d'intenti in merito al California Transparency in Supply Chains Act (SB 657), la nuova disposizione di legge dello stato della California che disciplina la trasparenza nelle catene di produzione aziendali.

Patagonia formalizza inoltre una serie di pratiche di acquisto responsabili destinate al team che si occupa degli approvvigionamenti, in base ai requisiti previsti dalla Fair Labor Association.

2012

Le indagini condotte sui nostri fornitori di materie prime rivelano che nei paesi asiatici alcuni intermediari (broker) addebitano ai lavoratori migranti fino a 7000 dollari per trovare loro un posto come operai nei nostri stabilimenti tessili di Taiwan; questo fa scattare alcuni importanti campanelli d'allarme in relazione al traffico di esseri umani. Il pagamento di una commissione per trovare lavoro è una pratica considerata accettabile nell'ambito delle trattative d'affari, malgrado le agenzie interinali per l'impiego addebitino regolarmente tariffe superiori ai limiti imposti per legge. In questa cifra vengono inclusi trasporto, permessi di lavoro e altri documenti fondamentali per i lavoratori. Tuttavia, pagare una cifra così elevata per poter lavorare in fabbrica è un onere decisamente troppo gravoso da sostenere per chi già lotta duramente per potersi guadagnare da vivere.

Nello sforzo di determinare e comprendere l'impatto sociale e ambientale della nostra supply chain, inauguriamo una versione aggiornata del sito Web The Footprint Chronicles, con l'obiettivo di offrire la massima trasparenza possibile.

2013

Il primo passo è, a inizio anno, consolidare il nostro Codice di condotta – che evidenzia tutte le pratiche responsabili della nostra catena di produzione – affinché includa un requisito legato al minimo salariale, e implementiamo politiche che tengano in considerazione questo importante parametro nelle analisi dei costi di produzione. Questi sforzi fanno parte di strategie a breve, medio e lungo termine per poter garantire eque retribuzioni salariali nella nostra catena di produzione.

Per mettere in atto concretamente tali provvedimenti ed eliminare definitivamente il traffico di esseri umani nella nostra supply chain, partiamo proprio da Taiwan. A San Francisco organizziamo un forum della durata di un giorno a cui invitiamo 40 marchi per discutere e affrontare questa importante problematica.

2014

Collaborando con Verité, ONG il cui obiettivo è garantire che i lavoratori in tutto il mondo possano beneficiare di condizioni di impiego sicure, eque e legali, conduciamo valutazioni approfondite sui lavoratori migranti impiegati da quattro dei nostri fornitori di Taiwan.

Gli allarmanti risultati riscontrati ci spingono a decidere di sviluppare un nuovo standard, di modificare la nostra catena di produzione, di ripagare per le spese ingiustamente sostenute i lavoratori correntemente impiegati e di condividere i nostri nuovi standard con le altre aziende intenzionate ad eliminare definitivamente lo stesso genere di ingiuste pratiche presso i propri fornitori.

A maggio diamo il via alla vendita di capi Fair Trade Certified™. Partiamo con soli 10 modelli di abbigliamento sportivo da donna, cuciti in un singolo stabilimento in India di proprietà della Pratibha Syntex. Per la primavera 2015 offriamo 33 modelli, 21 dei quali realizzati in uno stabilimento di confezionamento Fair Trade Certified™ e altri 12 realizzati con cotone Fair Trade Certified™.

Per ogni articolo Fair Trade Certified™ prodotto per Patagonia, riconosciamo ai lavoratori un bonus che può essere impiegato per lo sviluppo delle comunità in cui vivono. Il denaro viene versato su un conto gestito direttamente dalla cooperativa dei coltivatori o da un'associazione di operai, che decide quindi il modo migliore per utilizzarlo. I fondi sono destinati in modo specifico a progetti di sviluppo socio-economico e ambientale. Ad esempio, i coltivatori di cotone possono scegliere di utilizzare il denaro per migliorare le attrezzature agricole, per implementare sistemi di vasche di raccolta delle acque piovane, oppure per la costruzione di una scuola o di un ambulatorio medico. I lavoratori degli stabilimenti Fair Trade possono invece investire in cure sanitarie per i bambini, acquistare biciclette per recarsi al lavoro o convertire il bonus in denaro per incrementare la propria retribuzione.

Tutti gli operai impiegati negli stabilimenti e nelle aziende agricole che realizzano i nostri capi Fair Trade Certified™ beneficiano di queste sovvenzioni, a prescindere dal fatto che lavorino per ordini commissionati da Patagonia o meno.

2015

Veniamo invitati a presentare il nostro lavoro alla Casa Bianca in occasione del "White House Forum on Combating Human Trafficking in Supply Chains", organizzato dal segretario di stato John Kerry. Vietiamo espressamente ai nostri fornitori di Taiwan l'imposizione di "oneri di assunzione" (anche tramite l'intermediazione di un'agenzia o di un broker) ai lavoratori stranieri assunti su base interinale dopo il 1° giugno. Imponiamo inoltre l'obbligo di rifondere ai lavoratori attualmente impiegati tutti gli importi eccedenti la soglia legale stabilita per il pagamento di commissioni alle agenzie di collocamento.

Ribadiamo il nostro impegno con i partner di Taiwan affinché le problematiche legate al rispetto dei diritti umani possano essere definitivamente eliminate dalla nostra catena di produzione e siamo lieti di constatare la volontà complessiva dei fornitori ad impegnarsi per far valere i diritti dei propri lavoratori.

I rappresentanti della WDA (Workforce Development Agency) del Ministero del Lavoro di Taiwan organizzano un corso di formazione sulle pratiche di assunzione diretta rivolto ai nostri fornitori.

E poiché questa forma di traffico di esseri umani non è purtroppo confinata alla sola isola di Taiwan, decidiamo di applicare il nostro nuovo standard per i lavoratori migranti all'intera catena di produzione di Patagonia a livello di fabbriche e stabilimenti (pur non avendo riscontrato problematiche analoghe al di fuori di Taiwan). Abbiamo inoltre reso pubblicamente disponibile il nostro standard per qualsiasi azienda desideri adottarlo.